A proposito di “talent show”

Ci sarebbe tanto, troppo da dire sui talent shows televisivi per farlo in un solo articolo… magari ci torneremo. I programmi televisivi come Xfactor, Amici o The Voice sono solo distruzione di talento, per quel poco che ne passa. Non è musica, è SOLO televisione, e della peggiore specie. Tutti i bisogni, le costruzioni, i parametri sono quelli di un programma televisivo ed il suo meccanismo pubblicitario. La musica non c’entra. Ed è sempre stato così con i talent shows, da quando sono nati. Io, cari amici, sono ormai disintossicato e non ho più la televisione, perciò osservo tutto questo con molta tristezza, e con amarezza osservo la complicità di alcuni personaggi per i quali avevo simpatizzato, come Elio e altri, che stanno lì facendo finta di non accorgersi di niente.

Ma la cosa importante è che anche chi ancora non è libero dall’intossicazione televisiva, magari all’ottava stagione, ma comincia a sentire che qualcosa non va. E’ un inizio!

Pubblichiamo di seguito due articoli usciti su il Fatto Quotidiano, che manifestano anche altri tipi di perplessità su questi programmi.

Che se ne parli e se ne parli male.

David Petrosino

 

X FACTOR 8, il grande inganno della musica?

di Paolo Serra

Avrei voluto scrivere che il successo di X Factor è meritato. Ai miei amici musicisti avrei voluto dire che capisco le loro ragioni, che la mercificazione del talento è una brutta cosa, ma che i tempi cambiano, e che oggi senza la visibilità che solo un talent show può darti non c’è verso di uscire dall’anonimato. E non basta più saper fare il giro di Do con la chitarra, adesso devi imparare a curare la tua immagine, ammiccare con disinvoltura alle telecamere, muoverti nel modo giusto sul palcoscenico e anche fuori, e soprattutto sul web. Perché i casi sono due: o diventi virale, oppure gli anticorpi del sistema ti rigettano negli ultimi dieci piano-bar sopravvissuti alla crisi.

Poi, gli avrei fatto notare che gli autori di X Factor tutto ciò lo sanno bene, e non lo dico io – avrei continuato – lo dicono i numeri: più di 50 mila tweet solo con l’hashtag #XF8 è un risultato che non può che essere frutto di una strategia vincente. E a quel punto avrei aggiunto che se non hanno ancora capito a cosa serve un “hashtag”, è perché sono vecchi, e che la finissero di lamentarsi che è tutto troppo veloce. Nell’era di internet la durata standard di una canzone – all’incirca quattro minuti – è un’infinità di tempo, e perciò dobbiamo abituarci al minuto e quaranta: lo standard di X Factor per l’appunto. Lo hanno capito persino alcuni direttori d’orchestra, come per esempio quel Matthieu Mantanus che sabato scorso, a “Che fuori tempo che fa”, ha eseguito con la sua Jeans Symphony Orchestra una sorta di “Bignami” di Beethoven, comprensivo di dissertazione storica, qualche accenno della Pastorale, e l’intero terzo movimento della Sesta Sinfonia. Il tutto senza oltrepassare il primo blocco di trasmissione.

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Poi mi sarei rivolto ai miei amici e colleghi che si occupano di tv. A loro avrei voluto dire che X Factor rappresenta il futuro del piccolo schermo. E che se i movimenti frenetici delle telecamere gli provocano la nausea, la ragione è una soltanto: sono vecchi pure loro. Inoltre, avrei dichiarato che il Festival di Sanremo ha fatto il suo tempo, che nello stesso arco temporale, pari a quello di una puntata della storica kermesse sanremese, ci sono adolescenti che sarebbero in grado di scambiarsi una dozzina di meme, condividere la visione di altrettanti gameplay, e scaricare l’ultimo videoclip del loro youtuber preferito. E gli avanzerebbe persino un po’ di tempo per preparare l’esame di maturità. Infine, avrei informato quegli stessi amici – addetti ai lavori televisivi – che se non hanno idea di cosa significhino le parole “meme”, “gameplay”, e “youtuber”, è giunto per loro il momento di ritirarsi dalle rispettive professioni e ripiegare sull’orticoltura.

Ecco, questo è quello che avrei voluto dire. E l’avrei fatto, se solo avessi scritto questo post prima di giovedì scorso. Prima cioè della prima puntata del “live” di X Factor 8. Invece, dopo quelle interminabili tre ore e mezza di diretta devo ammettere che, al netto della regia, delle luci, delle coreografie, delle scenografie, e senza considerare quel figone di Mika, quel furbacchione di Morgan, quella simpaticona della Cabello e Fedez – al quale, sarà perché anch’io sto invecchiando, ma non riesco proprio ad attribuire alcun accrescitivo che non risulti irriverente – insomma se togli tutto e lasci solo le canzoni, giovedì sera non sembrava di stare su Sky Uno, ma al concorso canoro della “Sagra dei osei”. Con tutto il rispetto per gli osei, che temo sarebbero stati più intonati di alcuni concorrenti di X Factor.

Tuttavia, ciò che mi ha indispettito al punto da farmi cambiare idea sul programma, non è neanche la penuria di talento – sebbene un po’ non ne guasterebbe in un talent – ma piuttosto “il grande inganno” con il quale vorrebbero farci credere che quella trasmissione rappresenti per i concorrenti, il trampolino di lancio per la loro futura professione di cantante. Al contrario, ho l’impressione che dalla maggior parte di essi, X Factor sarà ricordato come il momento più alto della loro esperienza artistica. Sarebbe opportuno che qualcuno avesse l’onestà intellettuale di avvertirli. Non per scoraggiarli, ci mancherebbe altro, ma per suggerirgli di alzare i loro cachet il più possibile, poiché quando l’effetto X Factor finirà – e non ci vorrà molto – dovranno tornare a cantare nelle sagre di paese. Tipo la “Sagra dei osei” di cui sopra, dove presumo che la paga per gli artisti sia rappresentata dagli osei stessi o poco più, con buona pace dei giovani cantanti vegetariani.

E invece, la frase ricorrente della puntata di giovedì è stata “futuro discografico”. Una specie di mantra intonato a turno da tutti i giudici della gara, allo scopo di convincerci che per diventare una pop-star sia sufficiente superare un provino, e poi cantare per un minuto e quaranta davanti a una telecamera. Ora, a prescindere dagli insindacabili sogni di gloria di chiunque, la domanda è: come si fa a parlare di futuro discografico di qualcuno, quando è la discografia stessa che ha smesso di averne uno? Sarebbe come tentare di fare l’upgrade a un telegrafo. A proposito, vi do una brutta notizia: se non sapete cosa significa la parola “upgrade”, siete irrimediabilmente vecchi anche voi.

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X Factor 8, un talent che seleziona artisti o che spinge alla sopravvivenza?

di Fausto Corvino

Qualche giorno fa mi sono imbattuto nelle selezioni di X-Factor Italia. Credo fossero le fasi finali o qualcosa del genere. I concorrenti erano stati divisi in quattro categorie e spediti in quattro città diverse. Sei per ogni gruppo. Tre sarebbero rimasti e altri tre sarebbero stati eliminati durante la puntata. Un manipolo di ragazzi, la maggior parte giovanissimi, con il desiderio evidente di diventare cantanti di professione e vivere di musica per il resto della loro vita.

Ammetto di non aver guardato, se non a piccoli e sconnessi sprazzi, le edizioni precedenti. Ma viste le premesse mi aspettavo che questi giovani artisti avessero una voglia pazza di impadronirsi del palcoscenico. E che lo facessero con quella sana incoscienza che normalmente accompagna i giovani musicisti. Insomma, immaginavo sarebbe stata una sorta di festa. Non ero molto interessato al talento canoro, quello poteva esserci o non esserci, e io non avevo la più pallida idea di quanto intonati si sarebbero rivelati. Mi illudevo però di accingermi a vedere gente creativa, pronta a mettere in scena qualcosa di originale, magari anche correndo il rischio di risultare esagerata, fuori luogo e di non essere capita o apprezzata. In fondo, pensavo, se amano così tanto la musica al punto di volerne fare un lavoro e gli viene data l’opportunità di esibirsi in posti come il Koko di Camden Town, a Londra, dovranno sicuramente essere su di giri.

E invece a mano a mano che la puntata andava avanti era tutto un susseguirsi di ansie e paure. Sguardi cupi e tesi come nella sala di attesa di un dentista prima di estrarre i denti del giudizio. Pianti liberatori. Abbracci di conforto. E a fine esibizione gli emblematici sospiri di sollievo, come quelli che tiri dopo aver consegnato il compito di matematica all’esame di maturità. Tutte cose che vedi normalmente nelle anticamere dei colloqui di lavoro. La paura di fallire e la consapevolezza di avere fatto una grande fatica per prepararti. Chiudere gli occhi, buttarsi, e “o la va o la spacca”. E la speranza di riuscire a convincere l’esaminatore. Per evitare di dover ricominciare tutto daccapo dopo esserci andato così vicino.

Ma questa è arte? L’impressione che ho avuto è che questo genere di rivisitazione televisiva delle prime fasi della carriera di un cantante imponga delle dinamiche da competizione per il posto di lavoro in un mondo, quello dell’arte, che mal si adatta alla logica del “dentro o fuori”. Se convochi migliaia di giovani aspiranti cantanti e, senza aver mai ascoltato un loro album o demo, gli concedi venti secondi per intonare una canzone non stai facendo qualcosa di molto diverso da chi in un comune concorso di lavoro sottopone un test a crocette a migliaia di candidati distinti solo in base al numero identificativo.

Quando chiedi a un cantante (o più in generale ad un artista) di dare il tutto per tutto in meno di un minuto per guadagnarsi la possibilità di rimanere sotto i riflettori e di non essere rispedito nell’anonimato trasformi la performance artistica in un gesto meccanico finalizzato alla sopravvivenza. E resta davvero poco spazio per un’interpretazione autentica. In questo contesto l’obiettivo non è rielaborare in maniera personale un brano musicale per trasmettere un’emozione al pubblico, ma semplicemente cantare meglio di chi si è esibito prima di te, sperando che non ti caccino via. Più che uno show televisivo sul canto questo è uno show televisivo sulla paura di non riuscire mai a diventare un cantante.

Il concorrente si esibisce per il giudice, per convincere il custode delle porte della discografia a dischiudergli l’uscio di un sognato mondo di fama e successo. I testi e la musica sono completamente decontestualizzati, e anche smembrati per ragioni di tempi televisivi. Parole e note perdono la loro coerenza e sono ridotti a pretesto per mettere in mostra un dono fisico, la voce, e la capacità di gestirlo. Per poi rivenderlo come prodotto discografico. Si potrebbe obiettare che lo scopo di questo genere di selezioni non è fare arte, bensì scremare tra gli aspiranti cantanti.

Ma si può davvero selezionare un artista senza lasciargli fare l’artista?

da Il Fatto Quotidiano “il grande inganno”“sopravvivenza”

 

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